IL VIRUS DI UN ALTRO MONDO

Negli anni 70 il matematico Edward Lorenz, uno dei pionieri della teoria del caos, spiegava la fragilità dell’equilibrio di un sistema con l’ormai celebre locuzione secondo cui “il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas”. Tutti l’abbiamo sempre preso come un paradosso, una metafora estrema per spiegare come in un ecosistema complesso una piccola variazione può produrre grandi cambiamenti. Improvvisamente all’inizio di quest’anno abbiamo scoperto che il “battito d’ali”, probabilmente di un pipistrello in un mercato di una cittadina cinese, è un coronavirus che ha prodotto uno sconvolgimento epocale e globale, molto più grave di un semplice tornado in Texas. Questa pallina rossa, della grandezza di 120-160 nanometri (un nanometro corrisponde a un miliardesimo di metro, o a un milionesimo di millimetro), si è inserita negli ingranaggi delle nostre vite, delle nostre istituzioni e dell’economia globale mandandoli in crisi. Inizialmente pensavamo che il cambiamento più grande fosse il dubbio sull’andare o meno al ristorante cinese, poi abbiamo presto capito che è diventato sull’andare a lavorare, sull’uscire di casa e sull’abbracciare i nostri cari. In questo numero del Foglio abbiamo cercato di coinvolgere gli esperti in varie discipline (economisti, filosofi, politologi, storici e scienziati) per capire cosa è cambiato con l’arrivo di quest’ospite inatteso e indesiderato. Cosa c’è da imparare dalle epidemie del passato, se e come cambierà la globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta, come dobbiamo affrontare la gestione del rischio, in che modo e in che misura la risposta delle liberaldemocrazie deve essere diversa da quella dei regimi autoritari. Infine perché la globalizzazione non è semplicemente ciò che ci ha portato il coronavirus (i patogeni e le epidemie arrivavano e uccidevano anche di più nei secoli passati), ma il processo di condivisione di risorse e di conoscenze che può produrre le soluzioni per fermare questa pallina rossa, e magari bucarla.
Il vero vaccino è proprio la globalizzazione
Nell’epoca del coronavirus non è più tutta colpa del neoliberismo. Adesso è colpa della globalizzazione – che, beninteso, del neoliberismo è madre o figlia, a seconda del grado di complottismo del vostro interlocutore. L’accusa sembra, stavolta, più solida. Non stiamo “importando” un virus di provenienza cinese? Che le persone, muovendosi, si portino appresso le loro malattie non è notizia di oggi. Di epidemie è costellata l’intera storia umana, che è pure storia di spostamenti e migrazioni. Oggi a quegli spostamenti, grazie alla “globalizzazione”, corrisponde un grado più elevato di divisione del lavoro. La differenza fra la globalizzazione che conosciamo noi oggi, e fasi di crescita dello scambio internazionale in epoche precedenti, è data dalla misura in cui si sono complicate le filiere produttive, rendendoci tutti molto più interdipendenti.
Sul piano economico, l’argomento anti globalizzazione è che questa interdipendenza ha costi che abbiamo trascurato, e che ora riguardano tutti. E’ un triste esercizio immaginare che ne sarebbe stato, del nostro benessere, se negli ultimi anni le imprese italiane, specie quelle manifatturiere, non fossero state capaci di inserirsi nelle catene globali del valore creando ricchezza e occupazione per il nostro paese. Semmai, l’impatto economico del coronavirus dipende proprio dal fatto che, almeno temporaneamente, queste reti di rapporti commerciali si sfilacciano – per difficoltà oggettive o per l’insorgere di sfiducia o timori reciproci – e il mondo attraversa una fase di de-globalizzazione. Ciò può avere effetti positivi per alcune imprese, che vorrebbero fare il “reshoring” di alcune produzioni: forse la politica, più che mai, dovrebbe prestare attenzione a non ostacolarli. Ma il reshoring può avere effetti benefici “localizzati” (quell’azienda, quei lavoratori, quel prodotto) e tuttavia non può certo compensare il problema della perdita non solo di servizi e beni oggi prodotti, ma dell’opportunità di innovare, realizzarli diversamente e in modo più produttivo, che è possibile solo in un mercato aperto nel quale il numero dei produttori potenziali è il più ampio possibile.
C’è anche un altro elemento di importanza cruciale. Noi vediamo le ripercussioni di uno shock globale, e giustamente siamo preoccupati per quello che potrebbero comportare. Ma, grazie alla globalizzazione, non conosciamo più (o conosciamo solo in forma molto lieve) le conseguenze devastanti che avevano, nel passato, gli shock locali. Una carestia o un’epidemia potevano determinare la scomparsa di intere comunità. Se questo non accade più è proprio perché la dipendenza reciproca agisce come una rete di salvataggio per tutti. Anche in un momento di grande ansia, non temiamo seriamente che possano venir meno le derrate alimentari o che servizi essenziali non saranno più disponibili.
E’ vero, invece, che alcuni settori economici subiscono un impatto particolarmente grave. Se per la maggior parte delle imprese si tratta di stringere i denti e tirare avanti, alcune sanno di aver perso una quota del loro business forse irrimediabilmente, e comunque per un periodo molto lungo.
Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
